Sabato 15 dicembre 2007
Centro Civico Giorgella ore 21
“ANTIGONE 2000 d.C.”
Molto liberamente ispirato ad “Antigone” di Sofocle

di e con Egidia Bruno e Marisa Miritello

442 d.C. Antigone e Ismene: la prima chiede alla sorella di infrangere con lei il divieto alle esequie funebri del fratello; la seconda per paura la lascia sola. 2000 d.C. Una vicenda analoga, ai nostri giorni: due sorelle, Antigone e Ismene Ruggeri, sono alle prese con l’eventuale funerale della gamba amputata della zia Lavinia. I paradossi che una situazione simile può creare sono diversi: nel caso di Antigone e Ismene: fare il funerale alla gamba, cremarla, congelarla o seppellirla? Funerale religioso o civile? Che tipo di omelia si può fare alla memoria di una gamba? Mentre Antigone spinge a esasperare il paradosso, Ismene frena, ritenendolo inutile. La struttura della tragedia viene trasportata in uno stile e in un linguaggio attuali. Il coro, commento pietoso dei conflitti umani, qui è cadenzato al ritmo di un rap alla Eminem. Il mondo esterno a contatto con le vicende degli eroi, qui si frantuma in piccole schegge quotidiane, il cui fondamento è il vuoto e il narcisismo. Ai dialoghi domestici di Antigone e Ismene Ruggeri, si contrappongono quelli “pubblici” di personaggi grotteschi da “happy hour”. Al potere del tiranno, nella tragedia di Sofocle, si sostituisce ormai un potere più subdolo, mascherato, capillare, che condiziona a tal punto da far fatica a riconoscerlo.

 

Sabato 19 gennaio 2008
Centro Civico Giorgella ore 21
“Teste Tonde e Teste a punta.
Ovvero Ricco e Ricco van d’accordo”

di Bertolt Brecht
regia Claudio Orlandini


con Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Antonio Brugnano, Laura Laterza, Claudio Orlandini

Gli attori entrano e prendono parte alla commedia, che a poco a poco declina in farsa senza soluzione alcuna. Gli attori sono uomini, uomini come noi, divergono tra loro in differenze che altrove potremmo dire sottili… ma nella farsa che andiamo a raccontare tali scarti si notano, eccome! Il paese dove avvengono i fatti è un paese lontano, lasciato dietro l’angolo apposta per non sentirne troppo l’odore di somiglianza, imbarazzante somiglianza con cose che accadono a pochi passi da noi, se non addirittura qui. Il gioco è l’antico gioco di ombre e luci che attirano lo sguardo in un altro punto della scena, mentre davanti agli occhi si consuma la tragedia dell’uomo nella sua completa stoltezza. Gli attori proveranno a divertirci ma dovranno arrendersi alla caduta, inevitabile caduta che l’uomo acconcia per i propri simili, e che nemmeno più chiama come tali. Ci alzeremo da terra con la sensazione che qualcosa sia cambiato o stia per cambiare, anzi no… con la sensazione di esser venuti per nulla, e che tanto sapevamo già come sarebbe andata a finire, e che siamo rimasti immobili comunque, e che non era affar nostro ma degli attori invertir la storia, e il corso delle cose. E ci alzeremo da terra per tornare anche noi alle luci e alle ombre di quello che non vogliamo vedere.

Invincibile rimane l’antica differenza, quella tra il ricco e il povero… il contadino voleva esser la lenza ma l’han pescato, non fa più resistenza.

 

Venerdì 22 e sabato 23 febbraio 2008
Centro Civico Giorgella ore 21
“Il giardino dei Ciliegi”

di Anton Checov
regia Claudio Orlandini


con Giulia Bacchetta, Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Luca Chieregato, Marzio Paioni, Claudio Orlandini

Un giardino tutto bianco che sta accanto alla casa, e aspetta di essere abbattuto… Tutti dicono di amarlo, ma nessuno fa niente per salvarlo. La vicenda del Giardino dei Ciliegi simboleggia il declino di una società che cede il passo al fermento della rivoluzione. E si addentra silenziosa in profondità la tragedia intima della fragilità umana, incapace di comprendere il proprio vivere preferendo dimenticare, distrarsi, porgere lo sguardo altrove. E così Il Giardino dei Ciliegi abbandona il piano della realtà per diventare baluardo dell’infanzia perduta, angolo dei giochi, luogo della memoria e della sospensione. I personaggi attraversano la scena con la leggerezza che li contraddistingue e che svela lentamente le inquietudini che ognuno di loro nasconde sotto la pelle. Un capolavoro del teatro moderno, affrontato a più di cento anni dalla morte di Anton Cechov nel tentativo di renderlo possibile ancora oggi, immergendo lo spettatore all’interno della casa, del giardino, a pochi passi da coloro che raccontano la tragedia: la scena è minimale, intima, così realmente illusoria da sembrare vera, e al tempo stesso assolutamente incredibile. Nello spazio vuoto le immagini nascono dalle relazioni che i personaggi dipingono tra loro, come a disegnare continue traiettorie invisibili che regalano allo spettatore una sensazione di intima complicità con quanto si dipana davanti ai suoi occhi. Dall’alto cadranno veli bianchi che come alberi morti racconteranno di un’epoca che si smarrisce dietro la propria ombra, si perde nell’esistenza – come dice alla fine Firs – senza sapere di averla vissuta.

 

Venerdì 14 e sabato 15 marzo 2008
Centro Civico Giorgella ore 21
“Tre righe”

di e con Carola Boschetti, Cinzia Brogliato e Luca Chieregato
regia Claudio Orlandini

La memoria è un gesto quotidiano, non un pensiero rivolto al passato. Pagine scritte tanti anni fa possono trasformarsi, tornare a vivere, regalare un senso alla nostra vita attuale: così le pagine di diario sanno essere di conforto, di resa, a volte sanno essere profetiche nel rivelarci una strada che fino a poco prima pareva invisibile. Ci penserà la luna dall’alto ad illuminarla. La Luna, appesa nel cielo, è da sempre testimone e destinatario dei sogni, delle parole e dei desideri degli uomini… ma cosa ne pensa la luna di noi? Questa è la suggestione che ci ha mosso verso “Tre righe”, il pensiero di una luna che - come un’eterna, gigantesca pagina di diario - raccoglie tutti gli istanti, le parole e le immagini del passato, conservando intatta la memoria. Noi non dobbiamo far altro che rileggere tutte le pagine scritte, i segreti inconfessati, gli errori commessi. Una ragazzina ebrea di dodici anni si scontra con la realtà della Seconda Guerra Mondiale, una realtà che le chiede di diventare grande subito; una ragazzina di dodici anni assiste impotente a un terremoto sociale, quello degli anni Sessanta, e tenta di crescere aggrappandosi alle pagine rubate dal diario della sorella maggiore… lei vuole crescere, ma questa volta è il mondo che le chiede di aspettare. Qualcuno troverà la crescita attraverso una perdita, qualcun altro con una conquista, qualcuno forse non la troverà. Uno spettacolo silenzioso, intimo, rispettoso delle atmosfere che solo la scrittura solitaria possiede. La scena povera lascia da sole le immagini, le parole che, come un canto leopardiano, si addentrano nelle pagine storiche che ci dicono quello che siamo, quello che siamo o non siamo diventati.

 

Venerdì 4 aprile 2008
Teatro Verdi ore 21
“Bar”

di Spiro Scimone
regia di Valerio Binasco


con Francesco Sframeli e Spiro Scimone
scene e costumi Titina Maselli

Premi "UBU" 1997
nuovo attore a Francesco Sframeli
nuovo autore a Spiro Scimone

Spiro Scimone, uno dei più significativi autori contemporanei, si esprime in una lingua ricca di musicalità e di ritmo. I personaggi delineati con originalità e i dialoghi composti di battute incisive, con effetti comici e inquietanti cupezze, coinvolgono lo spettatore e ne fanno uno spettacolo denso e vibrante in ogni momento. Dalle parole dello stesso autore:
“Bar è un atto unico scritto in siciliano. La lingua siciliana come la lingua napoletana è una lingua forte, intensa, musicale; ma tutte le lingue hanno una loro forza, una loro intensità, una loro musicalità. Per questo motivo io sono convinto che scrivere testi teatrali in siciliano o in napoletano non è facile. E’ molto difficile, così come è molto difficile scrivere in qualsiasi altra lingua. Io considero il testo teatrale come uno spartito musicale. Le parole, per me, sono come le note. L'insieme di queste parole devono creare un suono, una precisa atmosfera, devono suscitare profonde emozioni. E tutto ciò può accadere solo attraverso la rappresentazione. La rappresentazione teatrale esiste solo quando si crea un rapporto tra autore, attore, spettatore. Per creare questo rapporto non basta saper parlare, prima di tutto bisogna saper ascoltare. Ascoltare non solo le parole, ma soprattutto i silenzi. I personaggi di Bar comunicano spesso con i silenzi. Ma per comunicare con i silenzi bisogna che, questi silenzi, siano pieni. pieni del pensiero. In Bar si parla di un mondo di solitudine, di soprusi, di sopraffazione. Ma in questo mondo c'è ancora spazio per la speranza...Per la speranza di rivivere i grandi sentimenti come l'amicizia, l'amore, la solidarietà. E questi nobili sentimenti nascono dagli sguardi, dai respiri, dai gesti anche piccoli dei loro personaggi.”.

 

Sabato 19 aprile 2008
Centro Civico Giorgella ore 21
“Il Dilemma di un uomo e una donna"
Tributo a Giorgio Gaber

con
Gian Piero Alloisio (voce e chitarra)
Gianni Martini (chitarre)

Nell’urgenza di esprimersi sul proprio tempo, Giorgio Gaber ha inventato un nuovo genere teatrale: il Teatro-Canzone. Un teatro di evocazione, senza oggetti né scena, dove storie e personaggi vengono raccontati. Una canzone diretta, divertente, immediatamente fruibile, emotiva, giocata su generi musicali diversi e quindi sorprendente. La sua musica si fa immediatamente teatro, le parole delle canzoni “chiamano” la scena, con la loro forza suggestiva e insieme carica di ironia, di significato: il teatro per lui è il gioco con il pubblico, l’attesa, la costruzione di personaggi attraverso silenzi e accordi.
Gian Piero Alloisio, che ha lavorato 16 anni con Giorgio Gaber scrivendo commedie musicali, films e canzoni (tra cui “La Strana Famiglia” cantata dallo stesso Gaber con Enzo Jannacci) conduce il pubblico attraverso le più celebri canzoni d’amore del Maestro scomparso, fra poesia e comicità. Lo accompagna alle chitarre Gianni Martini, musicista storico del Signor G.

 

Sabato 17 maggio 2008
Centro Civico Giorgella ore 21
“Angiulina la mula"

di e con Rossella Raimondi
Scenotecnica Fabio Cinieri

Una vita, una donna, un marito, una famiglia.
Angiulina viene da lontano, da un’Italia contadina, dalla terra, da una cultura del fare.
Femmina bella e ammirata al suo Paese, si ritrova improvvisamente come un pesce fuor d’acqua a navigare nel mondo della città, della forma del privilegio concesso al pensare rispetto che al fare. Si ritrova, vittima e carnefice chiusa in una famiglia a fare quello che a una donna era da sempre destinato : la casalinga, la serva… la mula. Si ritrova a pagare sulla propria pelle un matrimonio forse dovuto, un ruolo sociale immutabilmente fissato.
Lei è una donna dai sogni e dai pensieri semplici; troppo semplici per un marito intellettuale e per capire e affrontare la colpa di una figlia anoressica: lentamente inquinerà le certezze della vita di Angiulina e che nel momento in cui se ne andrà la lascerà sola nella casa ormai vuota di figli, sola ma con una maledizione cosmica : il marito!
Da qui la decisione: stasera, ancora per una volta, come per tutta la vita, “cucinerà” per il marito adempiendo al suo ruolo di “mula del focolare”. Ma sarà l’ultima cena, perché stasera decide lei per lei, stasera “cucinerà” un manicaretto avvelenato, perché stasera è finita!
Un percorso teatrale nato dall’improvvisazione, dove l’oralità è stata la base e il fondamento della struttura drammaturgia. Un percorso che mostra quanto la vita di ognuno di noi, di voi, per quanto piccola, privata e invisibile, possa invece rappresentare un universo.